venerdì 25 aprile 2008

sogni

  • non ci sei più : siamo nella tua stanza di ospedale, si passa dietro i letti, è una ricorrenza, Natale forse, e tu sei appoggiata sul davanzale con alle spalle la finestra che da sul verde. Siamo tutti lì con te, tu hai dei pantaloni di velluto marrone e le gambe robuste, mi guardi e mi dici "devo dimagrire" e io " al contrario devi mangiare". Alzo lo sguardo per vederti in viso, hai le occhiaie scurissime e il colorito mattone, tu mi guardi e inizi a piangere.
  • Fregene. Sono nella stanza da pranzo e zia mimmi è davanti alla porta finestra con un albero di natale. E' molto piccolo ma lei piange e non sa come fare a fissare la stella sulla punta, le dico di non preoccuparsi e torno da te che stai in cucina. E' la cucina come era una volta, con il lavandino di marmo. Tu stai lì sistemando delle cose e mi dici "non posso credere che sia già passato un anno".
  • Siamo in una roulotte, io e te che piangiamo papà, lui non c'è più e noi ne parliamo, è passato un anno continui a dirmi.
  • Io e te in una stanza tutta di marmo, come un bagno turco, con un sedile lungo il muro. Non c'è nessuno al di fuori di noi due, e tu hai un camice verde. Sei silenziosa e io ti faccio delle domande per capire il tuo stato di salute. "Come si chiama sua figlia?" ti chiedo, e tu mi guardi sorridendo dolce e scuoti la testa, non lo ricordi. Poi mi cade una cosa e tu "attenta Livia"
  • Siamo a casa a Roma, in cucina, seduti come sempre. Tu e Luca a capo tavola, io e papà di fronte sui lati lunghi. Tu non dici nulla e io ti chiedo di aiutarmi a trovare qualcosa, ma non so cosa. Continui a non parlare, non puoi parlare, ma ti alzi e io ti dico "Non ti alzare, dimmi solo dove trovare quella cosa" ma non dico cosa sia, in realtà non so cos'è. Sei in corridoio e io dietro di te. Hai le spalle molto larghe e una canottiera da uomo un pò vecchia con le coste. Continui a camminare non rispondendomi e io ti seguo fino alla finestra del bagno. Tu la apri, guardi verso destra e mi indichi una stanza piena di piantine con le foglie alte e spinose in vasi molto piccoli. Torno da sola verso la cucina e guardo a destra verso la stanza di Luca. E' seduto sul letto e ha davanti a sè una panca piena di piantine grasse con molti fiori colorati. Tu non ci sei più, sappiamo che sei morta.Sono in cucina distesa per terra, con la testa verso la porta, e papà è sopra di me che non mi fa alzare , aggressivo e mi fa la linguaccia guardandomi con cattiveria. Io chiamo Luca , gli urlo di venire ad aiutarmi. Dopo molto Luca viene ma ci ignora, ci passa sopra e si mette davanti al tavolo, con la faccia verso il muro e comincia , in silenzio, a fare cose inutili. Io lo guardo e gli dico "ma non capisci che è lui?"
  • Busso ad una porta ed entro in una stanza ampia e lunga ma molto alta. Ci sono delle scale centrali in pietra verso il fondo che portano ad un piano in legno di cui io, dalla porta, vedo il solaio da sotto. Ritorno a bussare, so che adesso è molti anni prima, apre una donna semplice e le chiedo "fate i buchi alle oracchie?" Lei mi fa entrare senza rispodere alla mia domanda. Adesso la stanza è diversa.La scala è costruita fino in cima e porta fino a sotto un enorme arco. E' di pietra grigia e bucherellata e non ha parapetto, è come una scultura centrale piena di gradini. Salgo la scala e vado a sinistra. Entro in una specie di ospedale per bambini appena nati, c'è una stanza con sulla sinistra un fasciatoi o un altare, non so. C'é Emanuela e sopra l'altare sua figlia paolina di pochi mesi. Accanto c'è un'altra neonata. Sei tu, con il tuo viso degli ultimi giorni, una neonata con il viso da donna adulta, e sei vestita di rosa. Le scarpette sono fucsia e state aspettando. E' come un rito

mi manchi

19 novembre – 19 gennaio


... mi manchi,
tutte le sere prima di andare a dormire. Tutte le mie mattine al risveglio.
Mi manchi ogni momento della giornata anche se quando c’eri non sempre la condividevo con te.
Mi manca la tua voce e il tuo modo di ridere, mi mancano le tue battute che non capivo, mi
mancano le tue critiche ai miei capelli e al mio modo di essere.
Speravo che avremmo avuto ancora tanti anni insieme, per andare a fare i nostri viaggetti, speravo di portarti ovunque, a te che mi dicevi “con te andrei fino in capo al mondo”.
Invece ci sei andata da sola in capo al mondo, e mi hai lasciata qui...a piangerti … a sognarti la notte, a guardarti ogni mattina in cucina in quella foto che ci hanno fatto in Egitto.
E chi immaginava quel giorno che quell’immagine serena, sullo sfondo del deserto, sarebbe stata il mio triste ricordo di adesso.
Ricordo l’ultimo giorno che ti ho vista “sana”, qui a casa con me, a montare la libreria che ti avevo chiesto di vedere prima di comprarla, perché volevo il tuo parere .
Eri così dinamica, attiva come sei sempre stata, inarrestabile a sistemare.
Abbiamo mangiato insieme, tranquille, con la superficialità di vivere quella giornata come fosse solo una delle tante che avremmo ancora avuto.
Mi ricordo di quando sono venuta a prenderti a casa, di come eri vestita, di te sul mio letto poco prima di andare via, e ho avuto l’impressione che fossi un po’ malinconica. Ma forse è solo la consapevolezza di oggi che distorce i miei ricordi.
Ricordo la tua voce del giorno dopo, il sabato sera che mi salutava affettuosa e allegra al telefono.
E poi l’inizio di un incubo, l’inizio della fine.
Quella telefonata
di papà la mattina all’alba “mamma si è sentita male…ma è stata già operata…peritonite, tutto a posto”.
Io che ho pensato “che bello non averlo saputo ed essere avvertita solo ora che è tutto a posto…Grazie papà”.
E invece no.
Non era più nulla a posto.
In quel letto di ospedale dove ti stavi risvegliando e dicevi parole confuse. “Allora? Cosa hanno trovato?” E io non capivo e ti dicevo “Nulla, cosa vuoi che abbiano trovato?”.
Ma era tutto così tetro quella mattina, troppe facce preoccupate e troppi tubicini che uscivano dal tuo corpo.
E allora ho chiesto “papà, dimmi, cosa c’è davvero?”
“Un tumorino” risponde lui, “ma tutto intorno è pulito”.
Un tumorino. E’ buffo come si utilizza un vezzeggiativo per una cosa così brutta, come si cerca di sdrammatizzare la paura che ci sta crescendo dentro.
E’ proprio vero che la vita passa tranquilla quando si è ignari degli appuntamenti che ha preso con noi. Senza avvertirci.
Ricordo il lunedì, quando sembrava che ti stessi riprendendo, stavi sdraiata …. nel letto 16.
Un po’ strapazzata ma ancora tu, ancora ironica.
Mi hai fatto ridere quando sentendo qualcuno commentare “però sta bene” hai risposto “pensa se stavo male”.
Eri intontita, a tratti assente, ma eri tu.
Ti ho vista il giorno dopo parlare di continuo con frasi senza senso, agitarti nel letto cercando di strapparti quegli scomodi tubicini.
Ti ho sentita pregare, di continuo. Ave o Maria, Padre Nostro, tutte quelle che ricordavi.
Dove eri in quel momento? Dove era la tua mente? Avevi paura di morire? Per questo pregavi?
Eri già consapevole tu di cosa ti stava accadendo? Più di tutti noi che ti osservavamo e ancora credevamo di scamparla.
Scamparla si, perché le cose brutte accadono solo agli altri. Non a noi.
Noi non abbiamo bisogno di medici, di controlli, di tante pippe mentali sulla salute.
Noi siamo sempre stati bene in famiglia.
Un ingenuo ottimismo che ci ha resi felicemente incoscienti.
Credevo quello fosse il peggior giorno della mia vita, vederti così sofferente ed estraniata.
Ma domani doveva ancora venire.


Il 21 novembre. Ecco. Quello è stato il peggior giorno della mia vita, non il 19 gennaio, quando sei morta, ma 2 mesi prima.
Lì ho sentito il distacco, il dolore profondo e inaccettabile, di perderti per sempre.
Sono tornata alle sette in ospedale e la porta era chiusa.
C’era papà con te.
Curioso che nei momenti peggiori c’è sempre lui con te.
Anche quando te ne sei andata, nonostante le notti dei 2 mesi precedenti passate a dormirti accanto, hai scelto di andartene davanti a lui. Se lo hai scelto.
“Si è sentita male” ci ha detto “dice che si sente scoppiare il petto”.
Ricordo i corridoi verdi con le sedie di plastica.
Ricordo la faccia di cazzo di quel medico, Massimo Volpe, che nome buffo, che diceva “beh cosa volete? È ancora viva no? Ma ve l’ho detto …. non ce la fa. Lo vedete? Gli organi si stanno bloccando … i reni già non funzionano.”
Quasi temesse che la sua prognosi di morte potesse venir smentita.
Ricordo di aver pregato Dio, accanto a Simonetta, piangendo.
Di avergli chiesto “Ti prego, non togliermela. Togli 10 anni a me e dalli a lei, a me in fondo non servono.” E poi di essere scesa a 5.
E Simonetta che dolce mi diceva “credi che tua madre accetterebbe lo scambio?”
“Dammi almeno il tempo di amarla ancora per un po’, e di farmi perdonare”
ho aggiunto.
Perdonare. Di cosa? Di non averla amata abbastanza, o solo di non averglielo detto.
Di non essere rimasta a pranzo con lei tutte le volte che me lo ha chiesto. Di averci litigato a volte, di averla fatta piangere altre, anche se non ne capivo il motivo.
La paura più grande era per me in quel momento, non per lei.
Era la paura che morisse, senza darmi il tempo.
Il tempo di dare, di sistemare, di curare. Anche i miei sbagli.
E Dio mi ha ascoltato in fondo. A saperlo avrei chiesto di più.
Nove settimane ci hai messo. Nove settimane che sei sopravvissuta a quell’infezione terribile che ti ha improvvisamente invecchiato tutti gli organi.
Nove settimane fatte di giorni così diversi e altalenanti.
Un giorno bene, l’altro male.
Si … si sta rimettendo. No, va peggio.
Poi un giorno ti vedo stanchissima e gialla sulla sedia. Dieci anni più dei tuoi.
Non si capisce. Che cos’ha?
Iniziano i controlli, e tutte le ipotesi possibili. Iniziano le scoperte.
“Non è tutto pulito intorno”.
Iniziano le statistiche. “Conosco uno pieno di metastasi che è vissuto per 10 anni.”
Iniziano tutti i meccanismi di difesa della nostra mente per allontanare la morte.

E’ stato bello starti accanto.Strano però.
Non eri più mia madre, che mi proteggeva.
Ero io a proteggere te. A guardarti dormire, controllando se la pancia si gonfiava perché avevo paura che smettessi di respirare.
Ricordo delle lunghe notti sdraiata vicino a te.
Un’altra te. Debole e un po’ distaccata.
Notti scandite dai ritmi dell’ospedale. Infermiere gentili che mi lasciavano dormire e infermiere scorbutiche “potete uscire per favore?”
Ricordo in particolare delle bellissime albe nebbiose. Con quelle finestre che affacciavano sul verde. Ti mettevo la mascherina dell’ossigeno e tu finalmente riposavi. Ed io con te tenendoti la mano. Fino alle otto. L’ora della colazione.
Poi me ne andavo, e iniziava la mia giornata “normale”.
Quando non dormivo con te era peggio. Aspettavo la telefonata mattutina di chi “era di turno” a proteggerti. Sobbalzavo allo squillare del telefono.
“E la pressione com’è? 120-70. La febbre? Ce l’ha la febbre? Ha fatto colazione?”
Siamo diventati tutti medici. Ognuno cercava di rassicurare l’altro con buone notizie o con ipotesi di miracolose guarigioni.
Quanta gente intorno a te. Un incredibile spostamento di energie.
Non sei mai stata sola, finché abbiamo potuto.
La sera uscivo di casa e attraversavo il parco per entrare in ospedale con i crampi allo stomaco. Non ero stanca. Non ero stufa di stravolgere la mia vita. Ero solo impaurita.
Da una parte che potessi morire davanti a me. Dall’altra, ancora di più, che potesse accadere quando io non c’ero e ricevere una telefonata.
Entrando in ospedale facevo un bel respiro e salendo le scale mi chiedevo “come la troverò?”
Un giorno eri lucida, molti altri no. Dicevi cose senza senso, o dormivi di continuo.
Quello era il momento peggiore. Quando, arrivata alla fine del corridoio, guardavo dentro la stanza nella tua direzione e ogni volta c’era una madre diversa.
Ricordo di aver provato rabbia una sera che eri particolarmente intontita e mi sembravi scema. Ma non avrà qualche cosa anche al cervello? Lei NON E’ COSI’!
Quando non sembravi tu era quasi meglio, perché non era mia madre a star male, solo una che le somigliava.


Ricordo quella mattina. Il 14 dicembre. Ho ancora il certificato dell’estrema unzione qui con me.
“Non si chiama estrema unzione”, mi ha spiegato qualcuno. “Unzione degli infermi.”
Beh per me è la stessa cosa. Il concetto non cambia.
Avevamo passato una notte relativamente tranquilla. Certo due trasfusioni, per alzare l’emoglobina, per aiutarti a respirare. Avevi fatto anche colazione.
E poi. Il crollo.
Metti la testa di lato sulla tua spalla sinistra e perdi conoscenza. Ti accartocci nel letto. Sembri persino più piccola. E quel respiro pesante e affannoso.
Ero uscita sulla scala antincendio, come ogni mattina. E vedo dal vetro le infermiere che mi guardano. E i medici anche. L’infermiera più anziana, cicciotta e gentile, si avvicina e mi dice sorridendo “dovresti chiamare i tuoi parenti”.
Entrano medici di continuo “non è mai stata così ” e ti rimettono la flebo.
Te l’avevano tolta da pochi giorni affinché provassi a farcela da sola. Ma evidentemente non ce la facevi. E sei crollata.
Ho fatto come mi dicevano, ho avvertito gli altri. E sono venuti tutti lì. Da te.
Anche papà, portato di corsa senza sapere perché, senza neanche avere il tempo di vestirsi in modo decente. Ma tanto non potevi vederlo. O forse si?
Siamo stati accanto a te tenendoci per mano mentre il Sacerdote ti dava la benedizione.
Un sacerdote straniero. Una bellissima voce calma e abituata a quella scena.
I paraventi per proteggere te e il nostro dolore.
Una giornata infinita, con te che continuavi nel tuo stato moribondo e incosciente.
Fino alla sera quando, come se nulla fosse successo, ti sei svegliata. E hai mangiato.
“ Sembra che abbia fatto un patto con il diavolo” hanno detto i medici “noi non diciamo più niente”.
Chissà perché se uno si riprende il patto è con il diavolo e non con Dio. Sarebbe più rassicurante.


Sai cos’è? Avevamo cominciato a crederci. Tutti quanti.
A credere che si potesse sperare.
In fondo, mi dicevo, “Dio (non il diavolo) non l’avrà salvata 2 volte senza un motivo.”
Sei tornata a casa. Un po’ assente e traballante ma sei tornata alla tua vita.
Non ho più dormito con te. Anche io sono tornata alla mia vita. Un po’ perché avevo il bisogno di normalità, un po’ per far sentire te tranquilla che andava tutto bene.
Papà ti è stato accanto in quei dieci giorni. E’ stato giusto così. Lui che non ti aveva potuta vivere in quei mesi all’ospedale finalmente ti stava di nuovo vicino. Nella vostra casa e nelle vostre abitudini.
Con i capelli tinti sembravi di nuovo tu. Di nuovo bella.
Sono stati troppo pochi quei dieci giorni.
Troppo pochi per parlarti, di cosa poi?
In fondo le notizie non davano troppe speranze e io temevo il giorno in cui avresti saputo della vera situazione. Ti saresti depressa? o avresti lottato? se ne avevi ancora le forze.
Mesi, settimane? Non ho mai avuto il coraggio di chiederlo apertamente ai medici, ma tante frasi, tante allusioni prima di farti uscire …
Quel sabato mattina ero di buon umore. Ma avevo fatto un sogno strano.
Eravamo a Fregene, e c’era un sacco di gente nel nostro giardino, gente però che non c’entrava niente l’una con l’altra. Parenti, amici, gente del mare e non.
Tu eri di sopra e io ti aspettavo in fondo alle scale, come era accaduto tante volte per andare a fare un giro in bicicletta.
Ti chiamo e guardo in alto verso le scale, e vedo scendere il tuo fantasma.
Non chiedermi come è fatto un fantasma perché non lo so, ma sapevo che lo era. E mi dice “non può scendere”. Tutto lì.
Quel sabato era una bellissima mattina. Volevo andare a correre. Poi all’ ikea.
Finalmente una mattina normale. Tanto nomale che quando chiamo a casa per sapere come stai papà mi dice “te la passo?” e io, “ No. Salutamela tu, tanto vengo dopo.”
Il resto lo sai. Mezzora e non c’eri più.
“Apri la finestra che respiro male” e hai smesso di soffrire.
Lo sapevo che eri morta. Lo sapevo mentre correvo in moto verso casa.
“Come sta?” avevo chiesto a papà richiamandolo.
“Male”
“Ma male quanto?”
“Male male.”

Più chiaro di così. Per uno che dice tumorino, male male è davvero troppo.
Non è stato tremendo. Non è stato macabro. E stato quasi un sollievo all’inizio.
Ma non per me. Per te.
Ti ho abbracciata sul letto e ti ho sussurrato all’orecchio “brava! hai fatto bene ad andartene prima che le cose peggiorassero”.
Ricordo tutto. Ogni dettaglio della tua bocca e dei tuoi occhi all’inizio ancora aperti.
Sei rimasta due giorni, e il tuo viso è diventato man mano un po’ più serio, quasi di cera, con un’espressione strana ma serena. Forse la morte ti ha davvero liberato.
Non so dove sei adesso. Sicuramente nei miei pensieri di ogni giorno.
Ma per me non è un Addio, sento che ti rivedrò. Quando sarà giusto.
Nel frattempo continuerò ad amare l’altra parte di me che hai lasciato solo, sperando che anche lui un giorno sia più sereno.
E’ stato bello stare con te. Avrei voluto avere più tempo, ma non avrei mai voluto vederti soffrire.

Livia